Turismo sostenibile in Montagna

Riflessioni personali di una guida

Devo dire che i miei primi approcci alla montagna sono stati tutt’altro che sostenibili!

Prima di tutto per me. Ricordo ancora il mal di piedi e le vesciche dopo una escursione fatta con mio padre. Avrò avuto 6 anni circa e fece fare, a tutta la famiglia, una traversata da una valle all’altra della Valsesia. Traversata che oggi, da adulta e da guida, non faccio perché ripida e pericolosa… Sicuramente pensai che non sarei mai più stata in montagna!

Il secondo approccio fu con lo sci da discesa, che praticai per parecchi anni. Tra trasporto, impianti di risalita e materiale tecnico, sfido chiunque a dire che sia sostenibile: non lo è per l’ambiente e non lo è economicamente per la maggior parte delle famiglie. La svolta ci fu quando mi regalarono le “ciaspole” (o racchette da neve). Tutto cambiò nel mio approccio invernale alla montagna. Tanto da smettere di sciare ma iniziare a lavorare molto in inverno! Un mondo bianco e ovattato per pochi camminatori, lontanissimo dalle code agli impianti di risalita. Insomma decisamente più piacevole oltre che più sostenibile.

“… Il turismo sostenibile in montagna può contribuire a creare possibilità di sostentamento aggiuntive e alternative e a promuovere la riduzione della povertà, l’inclusione sociale, nonché la conservazione del paesaggio e della biodiversità. È un modo per preservare il patrimonio naturale, culturale e spirituale, per promuovere l’artigianato locale e prodotti di alto valore, e celebrare molte pratiche tradizionali come le feste locali.”

United Nation

Come non essere d’accordo?! Faro la mia parte?

Credo che un aspetto del lavoro di noi guide sia proprio questo: rendere il turismo sostenibile in montagna, semplice e spontaneo. Camminando sui sentieri immersi nei pascoli alpini, ad esempio, si può intuire l’importanza della presenza dei pastori e degli animali al pascolo, per poi andare a gustarne i prodotti direttamente dal produttore. Che bontà! Che gusto! Permettiamo così una permanenza sul territorio creando una microeconomia, dando in parte dei mezzi di sussistenza e la possibilità di includere nella società persone che a volte vengono lasciate ai margini. Si crede che essendo fuori dal mondo non abbiano la possibilità di avere una istruzione adeguata o che non abbiano il necessario per vivere. Spesso invece sono loro che ci insegano a comprendere il territorio che è la loro casa. Ci insegnano gesti quotidiani che chi vive in città ha dimenticato o non ha mai visto prima: fare il formaggio, il fieno, sculture in legno, accendere una stufa per fare la polenta, mantenere vive le tradizioni. Inoltre il loro lavoro e la loro presenza è fondamentale per mantenere un certo grado di biodiversità.

Gesti che potrebbero andare perduti senza una vera pianificazione sostenibile della montagna e del suo turismo.

Attraverso il lavoro di guida cerco sempre di trasmettere una visione di insieme della montagna e della vita che vi si conduce.  Guardandola e facendola vedere sotto diversi punti di vista. Come per tanti altri argomenti se non li vivi o li provi sulla tua pelle non riesci a comprenderli a fondo. Il mio tentativo è quello di far portare rispetto a chi lavora, vive e frequenta la montagna, qualunque sia la sua origine o estrazione sociale.

Quello che vedo, sicuramente comune a tutta la nostra società, è l’approccio superficiale in tutto. Spesso il turismo diventa divertimentificio mordi e fuggi. Si guarda ancora al guadagno facile e immediato, senza programmazione a medio-lungo termine. In questo modo poche briciole rimangono a chi vive in montagna.

Un turismo di montagna sostenibile dovrebbe esserlo soprattutto per chi ci vive in montagna e di montagna. Lasciando dei segni positivi e tangibili per le popolazioni e l’ambiente.

Per ambiente intendo sia quello strettamente naturale ma anche quello antropico, che in montagna sono permeati l’uno all’altro.

In escursione con me ho portato davvero tante persone di ogni tipo ed età. Il nostro approccio è stato sostenibile? In qualche modo credo di sì. Dalla partenza all’arrivo parlo di suoli, alberi, tradizioni, persone, attività di montagna. Tutte queste cose le vediamo, le tocchiamo, le assaggiamo e alle volte le portiamo anche a casa. Gli escursionisti o turisti tornano con un bagaglio di esperienze nuove e di cose mai conosciute o viste.

L’assaggio della ricotta dalla pastora che la produce davanti ai nostri occhi o la polenta con cervo del rifugio a 2000m di altitudine. Gestito con così tanta cura, che ci fa sentire accolti davvero. Credo che questi siano degli esempi tangibili di turismo sostenibile per la popolazione locale. Lo è stato anche per l’ambiente? Magari il suolo calpestato non sarà più lo stesso, la benzina per arrivarci l’abbiamo consumata.

Camminare in montagna senza lasciare segni è praticamente impossibile, mettiamoci il cuore in pace!

Possiamo comunque avere un passo leggero. L’impatto positivo sono gli incontri, i gesti, gli acquisti, la serenità acquisita, così come la consapevolezza di che cosa sia un mondo non urbanizzato.  

Rifugio Gnifetti

Mi sono resa conto anche della inconsapevolezza della vita vera di montagna, accompagnando persone che già camminavano in natura, che non erano alla loro prima esperienza. Rimanere isolati per la pioggia o aspettare che passi un temporale. Pericolosissimo se ci si trova letteralmente dentro! Non avere l’acqua corrente per gli scarichi del bagno ecc… ha fatto scontrare il camminatore occasionale con la realtà della montagna rustica non blasonata, come in certe località turistiche, dove arrivi in auto o in funivia fino ai rifugi più alti.

Inoltre temi controversi, come la caccia o il ritorno del lupo, in montagna possono essere visti con una prospettiva diversa! Ad esempio come si può giudicare solo negativamente la caccia, una tradizione che è stata mera sopravvivenza in alcuni momenti storici, o integrazione al reddito familiare? Chi tracciò i primi sentieri di montagna se non i cacciatori? Adesso ha ancora lo stesso senso di appartenenza alla comunità locale il cacciatore?

serata divulgativa sul ritorno naturale del lupo (Ghemme)

Provare a mettersi nei panni degli altri si può fare anche con gli sports invernali, da molti anni in crisi per diverse cause. Una progettazione a lungo termine sulla frequentazione sportiva della montagna potrà essere una soluzione (ma non seguendo la moda del momento e cementificando ulteriormente!). Nel frattempo chi lavorava in quest’ambito che cosa fa? Abbandona la montagna per un lavoro altrove… 

Quindi cerco un punto di vista super partes, poi ognuno sarà libero di farsi un’opinione propria. Non affronto mai di petto argomenti come questi, spesso le domande sorgono spontanee e guardandoci attorno le risposte arrivano. Un turista consapevole delle sue scelte, della sue stesse impronte, non è più solo un turista ma un ospite benvenuto in Montagna: un luogo fragile e fondamentale per il benessere di tutti gli esseri viventi.

Ho provato sulle mie stesse spalle e piedi che un turismo lento come quello che si fa camminando è molto ricco e appagante, quindi :

Celebrate mountain day in the best way possible! Visit a mountain!(United Nation)

Celebra nel miglior modo possibile il giorno della montagna! Visita una montagna! (Nazioni Unite)