La regola dei terzi

In Fotografia by Giorgio

I fattori che concorrono alla composizione di una buona fotografia sono molti e variegati. La maggior parte dei fotografi dilettanti (e non solo) pensano subito alla parte più costosa e spettacolare, l’attrezzatura. È un luogo comune piuttosto diffuso. Certamente una buona macchina fotografica aiuta molto ma non è la conditio sine qua non per una buona foto. Sono molti i fotoamatori ricchi che si possono permettere reflex da migliaia di euro e che riempiono le SD card di scatti banali e ripetitivi perché la tecnica non può sopperire ad una condizione fondamentale che il fotografo deve avere: imparare a vedere quello che gli altri non vedono. Questo non signifca che il fotografo deve essere un mago no, certo ma che deve “vedere” le cose e essere in grado di trasmetterle (attraverso la tecnica, questo sì) agli altri con una immagine.

La composizione d una fotografia è una delle prime cose da imparare. Non si tratta di cosa fotografare ma di come si compone l’immagine all’interno del mirino per comunicare quale, dei mille soggetti che compongono la realtà che abbiamo di fronte, vada la pena di isolare, sottolineare e mettere in evidenza.

La regola dei terzi è un accorgimento che è stato utilizzato per secoli dai pittori ed è tuttora molto diffuso nella composizione di una fotografia. Secondo la regola dei terzi all’immagine va “idealmente” sovrapposto un reticolo composto da due linee verticali e due linee orizzontali (linee di forza), equidistanti tra loro e i bordi dell’immagine. L’immagine viene quindi divisa in nove sezioni uguali: il riquadro centrale prende il nome di “zona aurea” ed è delimitato dai quattro punti di intersezione delle linee (punti di forza, punti focali o fuochi). Questi sono i punti in cui l’occhio si concentra maggiormente dopo aver “guardato” il centro dell’immagine e dai quali raccoglie maggiore informazione.

Ma basta parlare di teoria e facciamo qualche esempio: 

foto 001. Ciò che mi serviva era una bella foto del Monte Rosa. Doveva essere pubblicata sul sito internet del Parco dell’Alta Valsesia e volevo una immagine che parlasse della grandezza della montagna, del suo fascino, dell’altezza, dell’imponenza e, contemporaneamente, non volevo una immagine ferma, statica, banale; non volevo una cartolina, insomma. Fortunatamente potevo aspettare i comodi del vento e delle nuvole (senza nuvole non avrei scattato la foto e sarei tornato un altro giorno). Così ho aspettato che il vento portasse le nuvole in alto e ho scattato. Questo è il risultato: la montagna è grande e potente (occupa i 2/3 del fotogramma) e le nuvole parlano di una cosa viva (le nuvole non “finiscono”, scappano verso l’alto, fuori dalla foto), che cambia continuamente e della quale bisogna avere rispetto.

Foto 002. Un pomeriggio con la famiglia a fare un pic-nic sul greto dell’Egua subito prima di Carcoforo. Ci sono un sacco di massi erratici ed io sto giocando con la macchina fotografica. Mi sposto di sasso in sasso, mi abbasso poi mi alzo e infine mi siedo vicino a mia figlia che sta giocando con la sabbia. Alzo lo sguardo e vedo questa rana gigante. Ho tutto il tempo di comporre la foto. Voglio far vedere la “rana”, certo ma voglio anche far capire che è un sasso come tanti altri e che sembra una rana semplicemente perché io la vedo da questa particolare angolazione, se mi sposto anche di poco l’effetto non è più lo stesso. Per queste ragioni non esagero con la regola dei terzi e, evadendola un poco, metto una parte del soggetto all’interno della “zona aurea” per non esagerare con l’enfasi e per cercare di fare “entrare” il soggetto (la rana) all’interno dell’ambiente circostante.

Foto 003. Sto lavorando. Io e Diletta stiamo accompagnando delle persone al rifugio Oro Balme a Cervatto. Troviamo un fungo interessante e Diletta vuole fotografarlo. Io sono poco distante. Ho poco tempo per scattare (Diletta non ci mette una vita per fare una foto anche se i funghi non sono famosi per la loro agilità) così mi abbasso e scatto. Anche in questo caso occupo una parte della zona aurea e la uso per raccontare che cosa sta facendo il soggetto (che invece occupa l’angolo in alto a destra). Il soggetto principale è Diletta e la macchina fotografica è il soggetto secondario che racconta la storia di una fotografa che sta lavorando. L’espressione è inusuale per un ritratto e, Diletta, non metterà questa foto sulla patente ma è perfetta per raccontare quel preciso istante.

Foto 004. questa è un poco più difficile. Innanzitutto bisogna esserci. E quando dico bisogna esserci voglio dire che bisogna essere al posto giusto; dieci metri più avanti o a destra e probabilmente la foto non la scattavo. Ci vuole fortuna quindi; ma avevo la macchina accesa al collo e stavo fotografando il paesaggio quando la bimba mi corre dentro l’inquadratura. Beh è bastato aspettare che facesse due passi e scattare. Nella fotografia (come nella vita) ci vuole fortuna ma bisogna essere pronti ed io, a differenza di mille altre volte, lo ero.

Foto 005. Questa è facile. Valentina è felice, ha il suo costume nuovo, è alla fiera del fumetto e un sacco di fotografi la fermano per fotografarla. Ho un sacco di sfondi a disposizione, addirittura dei set fotografici già pronti a disposizione gratuita. Unisco le mie due passioni (mia figlia e i fumetti) in un unico scatto con il soggetto che guarda in macchina e che trasmette serenità e felicità e lo sfondo colorato con l’autografo di uno dei miei autori preferiti.

Foto 006. Un altro ritratto. La gatta non è molto incline a metteresi in posa ma, in compenso è molto fotogenica. La vedo mentre guarda il mondo dall’alto della recinzione del mio giardino. Sono leggermente fuori asse. La linea orizzontale della recinzione non è parallela alla linea di forza ma questo mi piace, se così non fosse la foto sarebbe troppo statica e “quadrata”. Ho tutto il tempo di usare lo zoom per “vignettare” la foto e “appoggiarla” alla linea di forza di sinistra; poi, con l’occhio incollato alla reflex, chiamo la gatta. Lei si volta ed io scatto. Lo sguardo della gatta mi sta insultando perché l’ho distolta dalla sua occupazione ed infatti, per punirmi, subito dopo scende dal palo; ma intanto, io, ho ottenuto quello che volevo.

Lo so che detto così sembra complicato ma, in realtà, non lo è. È solo questione di allenamento mentale. Una volta che ci si abitua a “vedere” le linee di forza (certe macchine le hanno addirittura tracciate nel mirino) poi si fa tutto molto velocemente e senza fare trroppi ragionamenti. Pensare troppo non aiuta a fare delle belle fotografie, bisogna lavorare e scattare molto, se possibile farlo con una persona esperta che, per le prime volte, ti aiuta e che, magari, rinuncia a qualche foto per farle fare a te. Ci vuole passione e pazienza poi le cose arrivano.

foto 001

foto 001

foto 002

foto 002

foto 003

foto 003

foto 004

foto 004

foto 005

foto 005

foto 006

foto 006